Dici che i tuoi fiori
si sono rovinati
non hai abilità
questa nazione è brutta
ti fa sentire asciutta
senza volontà
e gioca a fare Dio
manipolando il tuo DNA
così se vuoi cambiare
invece resti uguale
per l'eternità

ma non c'è niente
che sia per sempre
perciò se è da un po'
che stai così male
il tuo diploma in fallimento
è una laurea per reagire

puoi finger bene
ma so che hai fame

tutto è efficacia
e razionalità
niente può stupire
e non è certo il tempo
quello che ti invecchia
e ti fa morire
ma tu rifiuti di ascoltare
ogni segnale che ti può cambiare
perchè ti fa paura
quello che succederà
se poi ti senti uguale

ma non c'è niente
che sia per sempre
perciò se è da un po'
che stai così male
il tuo diploma in fallimento
è una laurea per reagire

sai finger bene
ma so che hai fame
non è niente
non è per sempre
è troppo ormai
che stai così male
il tuo diploma in fallimento
è una laurea per reagire
non è niente
non è per sempre
“Non è per sempre”,  si intitola in questo modo  la canzone degli Afterhours che abbiamo scelto questo mese per parlare della clinica degli attacchi di panico.

In Dedalus ascoltiamo numerosi pazienti che ci contattano per intraprendere una psicoterapia, lamentando proprio questo disturbo.
Al momento del primo colloquio, spesso si presentano  accompagnati da un familiare, un amico, un fidanzato e descrivono  i sintomi che provano quando vengono sorpresi dal panico. Tachicardia, vertigini, paura di non riuscire a respirare, paura di morire.
Seganali che arrivano dal corpo, che immobilizzano, spaventano, terrorizzano.

Ma che cos'è il panico per la psicoanalisi?
È l'emergere dell'angoscia, un affetto che non inganna,  che quando si presenta, pone il soggetto davanti alla constatazione di essere vulnerabile, di non riuscire a governare  e controllare tutto.
Qualcosa sfugge e questo incontro con il reale getta il soggetto in uno stato di terrore.
C'è uno stretto legame  con la morte, essendo  questa, un evento della vita al quale non si è mai totalmente preparati. Ciò che non si può controllare spaventa, ancora di più  in un mondo come il nostro, in cui si può programmare quasi tutto anche “manipolare il tuo dna così se vuoi cambiare resti uguale per l'eternità”.
Si incomincia ad avere paura, ad evitare  situazioni e luoghi in cui non ci si sente protetti. Si cerca il simile, per non restare soli davanti a possibili situazioni che si pensa di non essere in grado di gestire.
Il panico non è altro che questo, in sé non dice nulla del soggetto che lo vive.

Per la psicoanalisi ,il primo passo è l'ascolto della storia particolare del soggetto,  che  indica la strada da seguire per capire cosa fa soffrire.
Inizialmente, quando una persona domanda aiuto, lo fa perchè non vuole più avere gli attacchi di panico, desidera essere libero da questo male che ritiene essere la fonte della propria  sofferenza.
I primi colloqui spesso sono incentrati proprio sull'ascolto degli attacchi di panico, non per offrire delle strategie per gestirli ma perchè nei racconti dei pazienti angosciati incominciano ad emergere  degli elementi che riguardano la storia del soggetto,' più personali, che riconducono alle vere questioni che fanno soffrire.
Il soggetto impanicato, infatti,  pensa che  la difficoltà in cui si trova sia  causata   dai sintomi fisici ,invece la verità della sua sofferenza è da ricercare altrove,  nei vissuti  che accompagnano l'attacco di panico: come il senso di vergogna  nel pensare che per strada, nel centro commerciale, ecc,  altre persone si possano accorgere di quello che sta accadendo al soggetto, oppure la paura che l'estraneo in quel momento non presterà aiuto, ed è anche per questo che si sente di avere la necessità di un accompagnatore  amico o familiare per non trovarsi soli in quei terribili momenti; o anche   la paura di non essere protetti, abbandonati.    Nella cura analitica questi vissuti vengono affrontati, per comprendere quale  relazione ci sia con la storia del soggetto. Ad esempio l'importanza dell'essere visto,  dell' essere scoperto, dell'attirare l'attenzione, del domandare qualcosa all'Altro.
L'esperienza del panico nasconde, mimetizza questi vissuti e   in quel momento tutto  diventa indistinto ed è questo che angoscia veramente il soggetto.
Non sa bene cosa gli stia accedendo, cosa realmente  gli provoca angoscia.
La cura attraverso la parola aiuta a fare maggiore chiarezza, a trasformare l'attacco di panico che è   qualcosa di impersonale, uguale per tutti, in un sintomo più  particolare che dice qualcosa della persona che soffre. Questa trasformazione  ha degli effetti positivi sul soggetto: è meno angosciato,  si sente meno perso, è più protagonista di ciò che gli accade.  In altre parole, insieme all'analista costruisce  un sintomo tutto suo,  con il quale lavorare per comprendere maggiormente cosa lo fa realmente stare male,cosa vuole capire e sapere  della sua storia per arrivare a sentirsi libero di scegliere come vuole condurre  la propria vita. La cura analitica è un'esperienza di libertà.

Non c'è niente che sia per sempre.