Oggi parliamo di bellezza, per la prima volta non sono stata io a scegliere la canzone, ma mi è stata indicata da un’ adolescente, una ragazza, con un particolare talento per la creazione, per l’invenzione.

Sono due mesi che ho questa canzone in tasca, poi l’enorme quantità di lavoro mi ha fatto sempre rimandare l’incontro con il mio computer e con questo foglio di word. Vi raccontavo dunque che per la prima volta abbiamo da parlare di una canzone su commissione ed è stato difficile per me trovare il tempo per farlo, ma soprattutto trovare il modo di raccontarvi qualcosa del corpo, della bellezza partendo da una canzone a me straniera, lontana.

Credo che you are beautiful non possa prescindere dal suo videoclip. Chi mi conosce sa che per me è molto strana questa enunciazione, non amo particolarmente i video, mi sembra che rendano le canzoni meno intime, meno personali, insomma mi distraggono dall’ ascolto! Non questa volta, le immagini aggiungono poesia al testo ed alla musica, ed è davvero particolare se pensiamo che questa canzone parla di bellezza e dunque di immagine.

Sono cresciuta tra Gianni Morandi e i Beatles, tra una madre che consuma i testi in canzoni stonate ed un padre che rende percussione qualunque oggetto quotidiano, coinvolto dal ritmo e dimentico delle parole. Sono cresciuta tra una donna e una uomo. E una donna e un uomo hanno due concetti molto diversi della bellezza, di ciò che li coinvolge e li appassiona.
Una donna consuma le parole credendo un po’, in fondo al suo cuore, che siano state scritte proprio per lei, e per lei sola. Un uomo prende la canzone e la fa sua, si interessa poco di ciò che dice, si fa coinvolgere dal ritmo, dal suono, se la sente addosso.

Sono cresciuta negli anni ’80 e questa è stata la mia educazione musicale, voi oggi avete un'altra modalità di approccio alla musica: spesso avviene attraverso il video. Udito e vista vanno di pari passo, sono coinvolti allo stesso modo, sollecitati in ugual misura. Quella di Cristina Aguillera mi sembra proprio che sia un’ ottima realizzazione di questa modernità. Il testo non è sicuramente ricco, come un mantra ci ripete che siamo belli, in questa meraviglioso gioco della lingua inglese in cui “you” mette insieme il tu e il voi. Sei bello, siete belli fregatevene di quello che dicono gli altri, non ha importanza. E alla fine della canzone vi sentite davvero più carini. Funziona. E’ garantito, vi viene proprio da dire: sono fighissima, andatevene tutti a quel paese!

Peccato che l’effetto dura poco. Perché dura poco? Qui entriamo nel vivo della questione. Dura poco perché è un effetto immaginario, come quello di una droga. Un’ esaltazione momentanea, un benessere leggero che svanisce nel giro di qualche tempo. E’ uno stato di beatitudine che esclude l’incontro con l’altro, per questo è evanescente.

Nel momento in cui essere belli e mandare il mondo a spendere sono due sensazioni in una stessa frase, capiamo velocemente che la sensazione è destinata a disperdersi al più presto, basterà semplicemente incontrare gli occhi di qualcun altro, qualcuno che ci guarda e per il quale ci domandiamo: gli piacerò? Cosa sono per lui?

L’immagine a quest’incontro non regge e si sgretola, non ci basta per affrontare le relazioni.

Essere belli dunque non riguarda solo il nostro corpo, o meglio non riguarda solo il nostro corpo in quanto abitato da noi, ma riguarda il nostro corpo quando incontra quello di un altro.

Ci insegna Lacan che il bimbo quando si guarda nello specchio, quando vede riflessa la propria immagine, perché essa gli appartenga, lo costituisca, in parole povere gli piaccia, deve vedere il sorriso amorevole dell’ adulto dietro di sé che lo sguarda.

Platone nel simposio dice più o meno la stessa cosa: nella pupilla dell’ altro vedo me stesso come in uno specchio, l’altro mi rivela chi sono e, guardandomi attraverso di lui mi conosco.

La nostra immagine dunque deve necessariamente passare dagli occhi dell’ altro per appartenerci. Non è l’incontro con lo specchio a farci sentire belli o brutti, quanto l’incontro con gli occhi di chi amiamo, in primo luogo i nostri genitori.

Nei bambini piccoli è evidente che il corpo appartiene ancora alla mamma ed al papà che se ne prendono cura. Il cucciolo d’uomo, unico fra i mammiferi non è in grado di occuparsi del suo corpo, senza l’altro morirebbe.

Winnicott ci spiega che il bambino si sente più o meno in grado di affrontare il mondo a seconda di come la madre l’ha abbracciato, Lacan aggiunge qualcosa dicendoci che lo fa a partire da come la madre l’ha guardato riflettersi nello specchio.

Il bambino e la bambina però poi crescono e diventando adolescenti si occupano da soli del proprio corpo. Si guardano nello specchio senza che alle loro spalle lo sguardo dell’ altro li sorregga. Cristina Aguillera si mette proprio lì, in quel posto che all’improvviso è vuoto, si posiziona alle nostre spalle e ci canta che siamo bellissimi.

La differenza è che Cristina non la conosciamo, non abbiamo una relazione con lei, non ci domandiamo cosa vuole da noi. E allora il suo mantra ci sorregge solo per brevi attimi, non ci sostiene fino in fondo. Perché l’immagine, la nostra percezione di essa, non è legata allo specchio, ai complimenti, alle belle parole.

Il rapporto col nostro corpo è regolato dal modo in cui ci riflettiamo negli occhi di chi amiamo.

Ancora meglio: è regolato dall’unicità che incontriamo nello sguardo dell’ altro mentre facciamo i conti con il nostro corpo. La questione in gioco dunque evidentemente non è essere brutti o essere belli, ma è cosa ne facciamo del corpo nella relazione, come lo mettiamo in gioco con lo sguardo dell’altro.

Dunque è la risposta che vogliamo suscitare nell’ altro mentre ci guarda quello che conta. Cosa vogliamo che veda? Che siamo sensuali? Che siamo puliti? Che siamo innocenti? Che siamo aggressivi?

Cosa vogliamo rincontrare negli occhi degli altri di ciò che abbiamo visto in quelli dei nostri genitori quando da piccoli giocherellavamo con la nostra immagine allo specchio? Riusciamo a staccarci da ciò che vedevano e che volevano vedere nostra madre e nostro padre? Riusciamo ad utilizzare il nostro corpo per delle relazioni diverse, che non ripetano quella di bambino-genitore?

In una cosa Cristina ha ragione: siamo belli, e quella nostra bellezza la dobbiamo ricercare nell’ unicità di quel momento iniziale in cui giocavamo con lo specchio e i nostri genitori ci guardavano o meglio chiudevano gli occhi e sognavano di noi.