Leggo nell’arrivo a Bologna dei dEUS, per l’unica data italiana del loro Soft Electric Tour, una serie di coincidenze e fatti indirettamente collegati. Lettura che mi porta di solito a convincermi di trovarmi nel posto giusto al momento giusto. Il che, quando accade, è sempre un momento magico, per chiunque.   Mercoledì sera la temperatura si abbassa. Manca poco meno di un mese all’inverno, ma il freddo pungente, quello che fa desiderare di raggiungere un capo all’altro della città di corsa, è già arrivato. Da qualche settimana abito a pochi metri dal Teatro Antoniano, il luogo dell’evento, quindi questo è il mio   primo concerto a piedi. Non capita spesso. Anzi, raramente un artista internazionale ha avuto la bella idea di venire a suonare nella mia strada. Lo prendo come un segno, di più, lo prendo come un tributo personale con cui la band ha pensato bene di sdebitarsi dopo i km percorsi per raggiungerli lungo tutta la penisola.
Quando i dEUS arrivano in Italia io raccolgo le mie cose e li raggiungo. Il che fortunatamente capita spesso. L’ultima volta è stato a Roma, a Villa Ada, in occasione del festival "Roma incontra il mondo". Anche in quell’occasione sono stata fortunata. Ho passato l’intera estate nella capitale. Peccato solo per le distanze. Dieci chilometri esatti dalla mia abitazione al parco del concerto e tutti rigorosamente a piedi. Sì, direi proprio che questa volta sono stata ripagata.
Amo questa band di Anversa. Per me si tratta di un piccolo culto al quale ho prestato fede vent’anni fa al loro arrivo nella campagna toscana. Era il 1995 e  quella che all’epoca era la sola emittente televisiva musicale nel nostro paese, aveva deciso di invitare i dEUS per un breve show case che ancora conservo su vhs. O almeno credo di conservarlo. Di certo non ho più i mezzi per scoprire che cosa sia rimasto in quella cassetta.  Sono passati diversi anni da allora. Diversi cambi di formazione e un’intera carriera suggellata lo scorso anno da una raccolta: "Selected  Songs  1994-­2014".  
"Worst  Case  Scenario", il primo disco del gruppo uscì proprio nel 1994. All’epoca si parlò di una commistione di generi per definire la loro musica, dal rock al punk, dal jazz al blues. Fossero comparsi in anni più recenti, probabilmente sarebbe bastato alt rock. Vent’anni fa furono tirati in ballo Sonic Youth, Pixies e Yo La Tengo. E io non posso fare a meno di notare che la rassegna che ospita band in chiave acustica all’Antoniano, prima di accogliere i dEUS, ha visto in cartellone proprio la formazione di Hoboken. 
Ho rischiato di addormentarmi, mi confessa il mio vicino di posto in teatro, cercando di soddisfare la mia curiosità sul live di YLT. Non è un rischio che è facile correre con i dEUS. Tom  Barman, fondatore e unico membro originale del gruppo insieme al polistrumentista Klaas  Janzoons, ha un’energia che la chiave soft non riesce ad arrestare.
Rispetto alla scaletta degli ultimi live, rispetto ad alcuni brani ormai ritenuti un classico della discografia del quintetto belga, ci sono diverse canzoni che trovano spazio in questa veste. Brani più melodici, raramente eseguiti dal vivo, trainati dai più noti "Right as Rain", "Bad Timing", "Serpentine".
Eppure ogni volta che a una canzone sentimentale segue una ballata, come nel caso di un inedito suonato per la prima volta in serata, Barman si stranisce, quasi volesse dissacrare un silenzio in sala che abitualmente non appartiene  alla   formazione. Ebbene sì, Tom Barman scrive canzoni d’amore, ma che resti tra noi. La sala è piena, ma io non sono riuscita a scaldarmi. Penso ad Alan Gevaert, il bassista, che soltanto un’ora prima se ne stava per strada in giacca e che è solito terminare ogni esibizione madido di sudore. Questa sera non accadrà. Anche la sera prima immagino lo stesso contegno in occasione della data di Parigi. È un tour questo che si sposta di città in città europee alla volta di piccoli teatri, in un momento in cui alcuni colleghi ritengono di mettere a rischio la vita delle  persone  che  gli  sono  intorno  suonando  in  giro  e  altri  prestano  volti  e  proclami  ai   tabloid. I dEUS continuano a fare ciò che hanno sempre fatto.  
Questa settimana  si esibiranno a Bruxelles, nella loro terra. In seguito ai fatti sanguinosi che hanno sconvolto la capitale francese, la cronaca ha sbattuto il Belgio in prima pagina nelle ultime settimane. Ma è una cronaca che si aggiorna di ora in ora e l’attenzione della stampa si sa, si sposta di frequente. Nella stessa giornata dell’esibizione dei dEUS ho letto il racconto di una ragazza italiana che vive nella capitale belga da qualche anno. Un racconto drammatico, costellato dalla paura, da un fine settimana di allarmi e coprifuoco. E subito dopo una radio italiana cercava di sdrammatizzare la situazione cercando di mettere a fuoco gli artisti fiamminghi più celebri. Si è parlato dell’Adamo di ieri, della Selah Sue di oggi e di quel Plastic Bertrand che tutto sommato ha sempre messo allegria, anche quando si è scoperto che non era lui a cantare nei dischi, ma il suo meno avvenente produttore. Sulla radio italiana non si è citato Arno, Jacques Brel e nemmeno i dEUS, tutti e tre troppo complessi per essere spacciati in un network commerciale all’ora di pranzo. Pazienza.  
I dEUS continuano ad avere un buon seguito nel nostro paese, Tom Barman ricambia con un manifesto amore per l’intero stivale, da nord a sud.  
La data bolognese dopo la prima parte soft termina con due set decisamente più elettrici. Gli sgabelli vengono abbandonati tra le quinte e brani più tirati trovano spazio. Peccato che con le poltrone del teatro non sia possibile fare lo stesso. Io ci provo. Mi alzo sugli accordi iniziali di Hotellounge, scivolo nel corridoio al lato sinistro del palco e finalmente riesco a scaldarmi sulle note di un brano che mi accompagna da vent’anni, senza stancarmi mai, dal vivo soprattutto. Sono la sola. È giusto così, per tutti i nostri corpi non ci sarebbe stato posto. Ma ci saranno altri luoghi e altri perimetri per raccogliere le sfide, una voglia di sperimentare che porta a percorrere nuove strade e ad abbracciare altri fan.    
I dEUS sono esattamente la band a cui chi inizia ora dovrebbe guardare. Poche copertine, un entusiasmo contagioso, tecnica da vendere e capacità di reinventarsi seguendo una passione più a lungo di una moda. 

Laura Gramuglia per Flashmusica