Se tutte le lezioni a cui ho dovuto assistere - dalla Scuola Elementare fino all’ultimo anno di Laurea Magistrale - fossero state appassionanti come quelle due ore di Lezioni di Rock, tenutesi venerdì 19 febbraio al Teatro IL Celebrazioni, di sicuro mi sarei finta malata meno spesso, pur di non andare a scuola.

Con Gino Castaldo e Ernesto Assante, in veste di prof, abbiamo seguito un processo irreversibile della storia del Rock che rimane tutt’ora innovativo e originale: abbiamo percorso gli anni che vanno dal 1962 al 1969, gli anni in cui i Beatles hanno segnato un’epoca nella musica, nel costume, nella moda e nell’arte.

Questa lezione di Rock si è emozionalmente imposta come una macchina del tempo che ci ha tenuti per mano dalle origini fino al declino dei quattro di Liverpool tra canzoni, videoclip e parole. Ascoltare la loro musica, vedere la loro musica, raccontare la loro musica, questo l’intento della serata a loro dedicata.
I due giornalisti hanno esordito dicendo che i Fab Four sono alla radice del nostro modo di pensare moderno, che tutto ciò che indossiamo, canticchiamo o amiamo possiede un riverbero dell’impronta beatlesiana: istintivamente mi cade l’occhio sui bottoni della mia giacca con doppia fila di bottoni e ripenso ai Beatles con le loro coloratissime giubbe militari in Sgt. Pepper. Prolifici (ben 12 album in sette anni), coerenti e contraddittori al tempo stesso, fenomeno musicale di massa e cultori di una continua ricercatezza stilistica, spensierati ma politicamente impegnati, si sono elevati a figure mitologiche in grado di suscitare forti entusiasmi e rimanere nell’immaginario collettivo in modo del tutto indelebile.

Il discorso si avvia quindi con i primi anni, quelli in cui Liverpool era uno scenario un po’ grigio ma che ha fornito le basi per le fantasie dei ragazzi in tutto il mondo dell’epoca: a tal proposito, i Beatles si fanno portavoce dei bisogni dei giovani, la beat generation, che ormai non hanno più nulla in comune con gli adulti e che iniziano a ribellarsi alle loro regole. Partono i video di She loves you e Love me do, è il periodo scanzonato, in cui John, Paul, Ringo e George indossano mise coordinate e si impongono come icone di stile. La beatlemania esplode, tutto il mondo parla di loro e tutti vogliono essere come loro.
Help! Si fa inno di una generazione che deve sgomitare per farsi spazio in un contesto che non può più considerarli come giovani adulti dediti solo al lavoro e al mantenimento di una famiglia, ma come ragazzi che per la prima volta hanno del tempo libero, degli hobby, ed energie da dedicare allo svago.

Castaldo e Assante a un certo punto si domandano se qualcuno in sala pensi che i quattro non abbiano prodotto musica che possa considerarsi Rock e intanto lanciano alcuni video tratti dall’album Revolver che, con una batteria ormai ipnotica e un ritmo orientaleggiante, ci riporta in un’epoca flower power fatta di droghe a scopo ricreativo e psichedelia. Beh, sfiderei chiunque ad affermare che i quattro di Liverpool non abbiano avuto una forte connotazione rock, laddove “rock” acquisisce significato soprattutto in qualità di fenomeno che abbraccia non solo la musica ma uno stile di vita, un background storico e culturale, un fenomeno di costume.

La discografia dell’ultimo periodo dei Fab Four si fa molto variegata e quasi contraddittoria: a testi politicamente impegnati si alternano canzoni d’amore. È l’epoca del White Album, in cui Blackbird condivide lo stesso spazio di While My Guitar Gently Weeps.

Intanto, le famose tensioni all’interno del gruppo si fanno sempre più evidenti. È ormai passato alla storia che la rivalità, un tempo amichevole, tra John e Paul sia stata alimentata dall’artista Yoko Ono, visionaria compagna del primo. I due critici musicali sono più ragionevolmente propensi nel pensare che il gruppo si sarebbe dovuto comunque sciogliere a causa della maturità ormai raggiunta da ciascun componente della band, maturità che li ha fatti crescere in maniera discordante tra loro. Così, si chiude il delicatamente malinconico sipario con il videoclip del Rooftop concert del ’69, la celebre esibizione dei Beatles sul tetto della Apple Records.

Amarla od odiarla, di sicuro non si può restare indifferenti alla produzione quasi schizofrenica del quartetto, in cui musica e leggenda si sono fuse insieme, ricordandoci di come questo Rock, a tratti ribelle, a tratti dolce, abbia inesorabilmente cambiato il ritmo delle nostre esistenze e continui sempre a dare nuova linfa vitale alle band sperimentali underground di ultima generazione.