Quattro album in cinque anni e centinaia di date dal vivo un po' ovunque. Una formazione cangiante, una trottola di colori e armonie che gira intorno essenzialmente al leader Andy Cabic.
L'indie folk americano da qualche anno emana un calore vivo, giovane
, per niente incollato al passato. Devendra Banhart, a breve in tour nel nostro Paese, Joanna Newsom, Marissa Nadler e gli stessi Vetiver sono soltanto alcuni dei nomi che sembrano avere assiduamente frequentato le lezioni di artisti inglesi di culto oltreoceano quali Vashti Bunyan e Fairport Convention. Appresa la materia hanno tutti provveduto a singolari impasti con la propria terra e il risultato è un naturalismo indubbio per Banhart, una ricerca di immagini e parole personalissima per Newsom e una tradizione che strizza l'occhio al sole della California per Cabic e compagni.
L'energia di Vetiver si palesa nelle produzioni in studio, ma è soprattutto live che la band sembra trovare ogni volta il giusto assetto nonostante i repentini cambi di formazione.
Lo scorso venerdì non ha fatto eccezione, sguardi d'intesa e brani uno in fila all'altro senza la minima incertezza. Nemmeno una scaletta a ricordare la successione di brani che sembrano seguire gli umori degli interpreti e l'entusiasmo di chi dalle retrovie scalda dapprima le punte dei piedi e poi interi arti a salire, fino a scostarsi dalla parete e a raggiungere il palco sugli ultimi e più animati brani.

Tre album in quattro anni. I primi due autoprodotti e poi l'ultimo ristampato e osannato da critica e da una cospicua fetta di pubblico da permettergli di arrivare fino a noi.
C'è un eco, un passaparola, un tam-tam che nel caso di taluni artisti sembra regolarmente funzionare. Complice magari una melodia da sfondo all'episodio del serial preferito.
E così come Scott Matthew cavalcò la coda della pellicola Shortbus, William Fitzsimmons agguanta le redini di Grey's Anatomy e sono in molti ad accorgersi di questo ennesimo barbuto strimpellatore di banjo e ukulele. Ma al contrario di Matthew e affini, Fitzsimmons non colpisce per originalità vocale o interpretativa eppure le sue melodie, affatto scontate, ti restano in mente, le canticchi esattamente come un motivetto pop.
Prima di Fitzsimmons un certo Elliott Smith sfiorando più o meno le stesse corde agguantò una candidatura all'Oscar. Iron & Wine continua a godere di ottima salute, lo stesso vale per Sufjan Stevens, attesissimo anche nel nostro Paese.
Domenica sera il cantautore americano veste d'attesa e calma il Locomotiv, invita il pubblico ad accomodarsi nel suo mondo e lo irrora di note e parole, tante parole, sussurrate, confortanti anche quando incorniciano solitudini e trame smarrite.
Ma i traguardi sono lì, a vista, basta spostare l'orizzonte per ritardare appena il tramonto.

Laura Gramuglia