Un cubo ricoperto di stoffa sul palco ospita al suo interno Mario Brunello con il suo violoncello Maggini del 1605. Sulla facciata viene proiettato un Capossela, epico cantore delle notti in viaggio e vagabonde, che racconta i suoi rientri notturni nelle stanze dei motel dove amava lasciarsi trasportare dalle musiche di Bach. Lo spettacolo ideato dallo stesso Brunello e da Saul Beretta è stato ipnotico.

Pensavo fosse Bach: invece chi era? Sempre Bach però Brunello riflette sull'uomo, strano, turbato, inquieto, che creava castelli musicali, di cui il violoncellista viola l'architettura interna. Pensavo fosse Bach è anche una rilettura fatta da Brunello e Beretta dei "vari Bach" che possono emergere dal contrappunto (ossia l'arte di sovrapporre più linee melodiche). Infatti in teatro si formano più linee melodiche che si intrecciano e diventano immagini che si riflettono sulla parete di quel cubo.

Il programma della serata contempla le Suites n. 4 e n. 5 di J.S. Bach per violoncello solo e live electronics. Le Suites pongono sfide tecniche ardue quanto dissimulate: opere 'didattiche' e insieme capolavori di illusionismo armonico e contrappuntistico, uno schema ordinato e regolare che dà luogo ad invenzioni musicali illimitate; ragioni del ritardo con cui il mondo le ha scoperte. Nelle suites si giocava proprio sulla sovrapposizione di danze popolari.

Capossela dice con esattezza e coloritura: "Il violoncello di Brunello è un vascello, l'archetto un timone che guida l'esecuzione e la rilettura ondeggiando fra i marosi della partitura".

La serata si apre e si chiude con due brani di musica elettronica di A. Kneifel estratti da Lux Aeterna. Poi Brunello si sdoppia e poi diventa tre, uno accanto all'altro: uno vero e gli altri due immagini; ognuno con una partitura, ognuno con una linea melodica da seguire che si intreccia con le altre. Ci si domanda chi è l'artista. Le voci musicali si alternano. Brunello rimane in perfetto equilibrio tra rigore e immaginazione, legge Bach tuffandosi nei più segreti meandri di una musica infinitamente geniale e enigmatica. Poi un omaggio a Glenn Gould: il suo pianoforte duetta col violoncello lì presente. Ognuno ha la propria voce, riconducibile a quella di Bach. Tante voci nascoste: quelle dei tanti esecutori e le stesse della sua scrittura musicale. Ma alla fine, chi è Bach?

Mario Brunello rilegge Bach, tuffandosi nei meandri segreti di una musica infinitamente geniale ed enigmatica. Nel contempo Vinicio Capossela ci conduce a suo modo nei segreti di uno spettacolo che unisce musica classica e contemporanea, suoni acustici e digitali, videoproiezioni e live electronics. Capossela intreccia con lo spettatore una conversazione intima e trasognata e dipana un suo originale percorso di avvicinamento alla musica del genio di Eisenach. I suoi interventi lirici aggiungono leggerezza, non indispensabile alla rotondità sonora dell'armonia delle corde. L'atmosfera della serata ha un sapore gotico. Il motivo di apertura e di chiusura si riallaccia alla musica religiosa della seconda metà del Novecento.

Chiude la serata un intrigante brano del compositore Sollima, suonato come bis.

Scopo complessivo era quello di omaggiare Bach? L'operazione si può considerare assolutamente riuscita. Mario Brunello si presenta spesso nella doppia veste di direttore e solista. Dà ampio spazio ai progetti che coinvolgono forme d'arte diverse; in questi spettacoli Brunello si esprime anche nel suo interagire con attori e musicisti di altra estrazione culturale: da qui gli spettacoli costruiti insieme a Margherita Hack, Uri Caine, Paolo Fresu, Marco Paolini, Gianmaria Testa, Moni Ovadia e Vinicio Capossela.

per la redazione Giulia Clai