Il festival di musica elettronica Fosfeni arriva alla sesta edizione con un cartellone fortemente indirizzato verso glorie passate di grande rilievo ma senza escludere le nuove leve della scena elettronica presente. Chiude la rassegna (dopo l'annullamento della precedente data causa ceneri dell'inpronunciabile vulcano islandese) Alva Noto, compositore e musicista fra i più stimati in questo ambito, di cui non si contano le collaborazioni illustri.

La presenza di Alva Noto, sigla sotto cui agisce l'artista visivo Carsten Nicolai come performer di musica elettronica, focalizza l'attenzione verso l'innovazione a cavallo fra musica, scienza e arti visive.

La sala è inaspettatamente gremita (dopo 3 edizioni di Fosfeni a cui assisto, è la prima volta che siamo costretti a trovare posto sugli scalini invece che sulle comode poltroncine della Città del Teatro di Cascina) e composta da un pubblico che più eterogeneo non si può: da adulti più grandi dell'artista 40enne fino a giovanissimi spettatori sotto i 10 anni di età (per l'esattezza una bambina che per quasi tutta la durata del concerto si è fatta accompagnare tra le braccia di Morfeo dai suoni algidi del mixer, una ninnananna davvero inconsueta)

Il concerto sorprende per un impatto diretto, asciutto e molto fruibile; la durata contenuta dei pezzi eseguiti (estratti da "Unitxt") coadiuvata da una presentazione impeccabile contribuisce in maniera decisiva al successo della performance. In un contesto simile le immagini sono fondamentali perché aiutano a raggiungere un'immersione totale, necessaria per il completo godimento dello spettacolo. Spesso ciò che viene proiettato è completamente scollegato con i suoni e frutto di un narcisismo visivo fine a sé stesso. L'artista tedesco invece non cade in questo tranello e imbrocca ogni incastro audio/visivo con precisione da professionista navigato. Un software appositamente creato manda in loop dei visual ispirati ad un'estetica vagamente futuristica, i pixel dal sapore cybernetico ipnotizzano la platea e avvolgono tutti i sensi.

La musica non concede un millimetro di melodia senza esagerare in rumorismi, trovando un equilibro. Pulviscoli glitch glaciali fanno da contorno ad una techno astratta, adagiata su un letto di ritmi e convulsioni malsane. Mai un tono fuori posto, né eccessi da registrare: siamo al cospetto di uno spettacolo a metà fra arte e scienza ed è proprio la componente scientifica che determina questa immacolata precisione esecutiva. Alva Noto conferma la sua statura e non da adito a critiche scolpendo suoni con naturalità genetica, dimostrando simbiosi con il pubblico e mettendo in piedi uno show senza pari.

L'unico appunto da sottolineare è la durata: un'ora scarsa (compreso un fugace ritorno sul palco dopo la conclusione) è davvero troppo poco alla luce della qualità mostrata. Oltre a questo, un approccio distaccato con il pubblico non condiziona il giudizio finale, d'altronde siamo pur sempre al cospetto di un professore. Chapeau!

 

Per la redazione Valeria Demichele, Alessandro Biancalana