MASSIMO VOLUME Live @ Estragon
Il percorso artistico dei Massimo Volume attraversa strade, pianure, sedimenta tra le mura di una città che accoglie e segna profondamente le esistenze degli stessi componenti. Ma anche la città muta insieme alla band. Si lascia scaldare anch'essa da racconti di vita, tracce importanti e durevoli, poi improvvisamente si assopisce, stordita dall'assenza e da scenari ostinati.
Nell'inverno del 2002 i Massimo Volume decidono che in fondo può bastare così, quello che c'era da dire è stato detto e una firma sancisce la fine del patto. Undici anni spesi tra cantine e autostrade, quattro album gravidi di parole e azioni soprattutto, sono un carico maturo e ingombrante, troppo da portarsi appresso.
Emidio, Egle e Vittoria riassaporano una solitudine che non dimentica. Ma sono in tanti a non dimenticarsi di quella formazione che all'inizio degli anni '90 ha cambiato un po' le regole, affascinando e smuovendo le acque con suoni diretti, parole crude, a volte indigeste eppure straordinariamente sincere. Anche quella Bologna di un tempo non ha dimenticato i suoi ragazzi che in un modo o nell'altro hanno continuato a tenere fede alle proprie suggestioni e nell'ultima estate il letargo cessa.
La città si ridesta e pretende ancora un eco che chissà dove potrebbe arrivare ancora. Prove generali all'ombra di altri scenari, un paio di festival quasi a tutela di un ritorno incredibilmente sentito e poi di nuovo la strada e poi di nuovo Bologna che lo scorso venerdì ha trattenuto il fiato aiutata dalle corde di Egle prestate in apertura al post-folk dei Blake/e/e/e.
Tutto sembra di nuovo a posto, non c'è odore di stantio nell'aria, al contrario, si respira un rinnovato ardore acceso da una complicità che ritorna a galla. Le canzoni dei primi tre dischi protagoniste, Stanze, In Nome di Dio, Il Primo Dio, Fuoco Fatuo, Per Farcela, La Città Morta, Stagioni, e quelle dell'ultimo Club Privè ancora troppo ingrate. E ritorna l'ossessione per la parola di Clementi, stemperata appena dalle dita di Egle, pronta a infrangersi tra gli affilati riverberi di Stefano Pilia. E ritorna puntuale la ritmica vivace e impeccabile di Vittoria.
Sono tante le promesse mantenute, ci sono quasi tutte, alcune forse più attese di altre si chiamano Alessandro, Ronald, Tomas e Io e poi c'è Rigoni, l'uomo in più di Mimì che per quanto si sforzi di lasciare ai margini di ogni racconto alla fine arriva sempre e anche venerdì non ha mancato visita, sotto al palco e sopra il palco tra le note dell'elegiaca Qualcosa Sulla Vita.
Bis sulla cavalcata elettrica e il delirio rovente di Vedute Dallo Spazio-Ororo e la cerimonia compartecipata del commiato si compie. In attesa che lungo i bordi altri piccoli frutti siano pronti a maturare.
Laura Gramuglia

