Con un po’ di affanno martedì sera raggiungo l’Estragon. Nelle orecchie ancora la folla straripante della sera precedente raccolta da Gogol Bordello questa sera a Milano. E proprio da Milano arrivano i Pavement, che, con mia enorme sorpresa, raccolgono altrettanti consensi. A fatica raggiungo le prime file, e mi affianco al fan della prima ora per eccellenza, quello che non solo durante la serata mi elencherà ogni titolo dal primo accordo, ma cercherà di intonare ogni brano a gran voce. Intonazione poca, rispetto massimo. Peccato solo che quasi mi prenda un colpo quando chiedo il brano di apertura. Range Life! Range Life??? No impossibile, rispondo. Ti dico di si, insiste lui. E me lo dice talmente convinto che alla fan della seconda ora, quale io sono, non resta che tenere il broncio più o meno per tutto il concerto o almeno fino a quando fan numero uno rinsavisce e mi dice: no, scusa era Gold Soundz, mi sono confuso! Come abbia fatto a confonderle non è dato sapere, ma quanto meno metto al lavoro l’amico e in cambio della cattiva informazione ottengo una scaletta davvero dettagliata.

Una trentina di pezzi in tutto, un’oretta e mezza di musica che scivola via veloce tra tantissimi ricordi adolescenziali. Immancabile colonna sonora di estati anni ’90, questo per me sono i Pavement di Stephen Malkmus. Ricordo che dal 1992 ogni due anni, prima dell’estate, il loro nuovo disco colorava lo scaffale del settore indie e ogni volta era una festa. Canzoni brevi, pop certamente non da classifica, testi criptici eppure una gran voglia di infilarli nel walkman specialmente in giornate assolate.

Agli inizi degli anni ’90 c’erano i Pavement, c’erano i Sebadoh di Lou Barlow, i Grandaddy di Jason Lytle tutti apparentemente in sella all’onda lo-fi che stava investendo quella parte di america meno incline a perdersi tra le trame più scure del grunge. Quando il lo-fi arrivò nel nostro Paese lo fece portandosi dietro anche una sorta di prontuario modaiolo, così come accadde per il grunge, ma il primo non attecchì. O meglio, non portò quanto meno sostanziali cambiamenti in chi già faceva da se utilizzando un po’ ciò che aveva, risparmio, riciclo e bassa fedeltà assicurata a prescindere insomma.

Slanted and Enchanted disco d’esordio del 1992 contribuisce in maniera determinate alla nascita di un piccolo culto, l’indie spensierato ha dei nuovi alfieri acclamati da un buon seguito di pubblico e critica. Ma è con Crooked Rain, Crooked Rain, due anni dopo, che la band riesce ad imbarcarsi per il vecchio continente e ad allacciare rapporti coi cugini del brit pop. Memorabili gli show della band di Malkmus al Festival di Reading. Memorabili, a dirla tutta, le edizioni di quegli anni del Festival, quando tra il 1993 e il 1995 sullo stesso palco si alternavano Mudhoney, Soundgarden, Neil Young, Blind Melon, Throwing Muses, Afghan Whigs e decine di altri artisti nell’arco si un solo fine settimana. Un dietro le quinte del Festival lo ritroviamo immortalato nel video di Range Life, altro singolo estratto dal fortunato Crooked Rain, Crooked Rain dopo la hit Cut Your Hair.

Da questi primi due dischi i Pavement attingono a piene mani per la gioia di tutti i presenti. Sul coloratissimo palco dell’Estragon, decorato per l’occasione da più file di lampadine accese sulle teste della band, Malkmus e compagni aprono proprio con la già citata e amatissima Gold Soundz, procedono poi con un paio di estratti da Wowee Zowee e precisamente Grounded e Kennel District e via di nuovo a piene mani in un passato che fa davvero gola. Da Brighten the Corners del 1997 sono solo quattro i brani estratti, ma a metà show Shady Lane colpisce nel segno. Terror Twilight è l’ultimo album di studio della band. All’epoca, nel 1999, malumori e voglia di sperimentare altrove portarono la band a dare alle stampe un album poco amato, da pubblico, critica specialmente - che già aveva dato spacciata la band subito dopo l’uscita di Corners e che ravvisò in quest’ultimo capitolo già un esordio solista del leader - e forse dagli spessi Pavement che in questo tour della riconciliazione si ricordano di TT in due sole occasioni: The Hexx e Spit on a Stranger.

Ma a distanza di oltre un decennio la voglia di ricominciare sembra irresistibile e c’è già chi attende tracce inedite da seguire per poter ancora una volta ritrovarsi all’ombra dei propri beniamini. Per chi all’epoca c’era, ma un volo per Reading o per una tappa del Lollapalooza proprio non poteva permetterselo e per chi era troppo impegnato a seguire querelle Blur vs Oasis. Nell’attesa un invito all’ascolto per tutti: Quarantine the Past, il Best Of della band californiana uscito lo scorso marzo offre 73 minuti di ottima musica per ripassare insieme e ricordarsi di questa tappa bolognese che rende eccome giustizia a un passato da tenere bene a mente.

Laura Gramuglia