Alice in Chains Live @ Gran Teatro (PD)
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L’anno era il 1992. Videomusic cominciò a trasmettere a ripetizione lo spot di un album il cui gruppo mi era capitato di ascoltare distrattamente. Quello spot, invece, diretto, martellante, condensava in pochi secondi almeno tre pezzi che a distanza di quasi vent’anni mi sarei trovata ad ascoltare ancora. L’album era Dirt, uscito nell’ottobre del 1992 a firma Alice in Chians. Di lì a poco arrivarono i video a supporto di quei brani. Them Bones, Angry Chair e poi Would, inserito nella colonna sonora di un film destinato a fotografare, in maniera bizzarra per giunta, una generazione che si stava lasciando alle spalle gli sfavillanti anni ’80 e con estremo avvilimento e rassegnazione andava incontro all’ultimo decennio del secolo. Singles – Love is a game era in realtà una pellicola ben scritta da un giovane Cameron Crowe (Jerry Maguire, Almost Famous, Elizabethtown), ma sempre di commedia si trattava. Bridget Fonda, Matt Dillon e un’altra manciata di giovani attori di Hollywood si destreggiavano tra impieghi di poco conto, sogni e relazioni confuse. L’intuizione fu quella di ambientare il film in una città che sarebbe di lì a poco esplosa come capitale di un genere, di una moda e in seguito di un movimento che avrebbe lasciato il segno. Seattle, il grunge, le nuove tecnologie si ritrovarono così impresse in pellicola. Al loro fianco comprimari del calibro di Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains, formazioni originarie della piovosa città che nel giro di pochi mesi si ritrovarono tra le mani contratti milionari e biglietti d’aereo per ogni parte del mondo. Ad alcuni le cose andarono e continuano ad andare nel migliore dei modi come nel caso di Pearl Jam e in minor parte di Mudhoney, altri nel corso degli anni hanno volontariamente messo fine alla loro avventura (Soundgarden, Screaming Trees). Diversi interpreti di quella stagione invece riuscirono a malapena a scorgerne l’alba e la figura di Andrew Wood di Mother Love Bone ne è un chiaro esempio. Documentari, dischi e band nacquero in seguito alla scomparsa dello sfortunato leader della band destinata a fondersi a Green River per dare vita proprio a Pearl Jam. Storia certamente nota è quella del leader di Nirvana, suicidatosi nel 1994. Capitolo per certi aspetti più amaro e meno noto è quello che ha per protagonista il frontman di Alice in Chains. Layne Staley in quel 1992 già incideva su nastro le sue complessi vicissitudini legate all’uso di sostanze stupefacenti. Dirt è un percorso chiaro eppure impressionate nei meandri di una dipendenza che pare fin da subito non lasciare via d'uscita nonostante scampoli di vita lucida permettano di comporre brani come Dam That River, Down in a Hole. A diciotto anni dalla pubblicazione di quel disco sono esattamente quelli i brani che la band ha voglia di riproporre dal vivo. In Italia per tre date, il gruppo ora capitanato dal chitarrista Jerry Cantrell non omaggia e né tanto meno reinterpreta un passato che gli anni ’90, ma soprattutto la scomparsa di Staley avvenuta nel 2002 hanno portato con sé. Cantrell, Inez e Kinney sono vivi e vegeti e a poco più di quarant’anni perfettamente in grado di continuare da dove avevano interrotto. Ecco quindi un nuovo album sul finire dello scorso anno che suona esattamente come un disco di Alice in Chains dovrebbe suonare oggi. William DuVall non è Layne, ce ne siamo accorti tutti ascoltando le undici tracce che compongono Black Gives Way to Blue. La sua voce è meno acuta, più profonda, eppure non ci sono sbavature, non in un solo brano la sua personalità devia da un percorso già scritto e approvato. Il canto di Cantrell non lo lascia mai solo ed è come se prendendolo per mano il tragitto si presentasse da subito possibile e meno rischioso. Sul palco il discorso cambia totalmente. Le parti si invertono ed è come se DuVall prendesse per mano i compagni aprendo per loro le porte a possibilità insperate fino a qualche tempo fa. Non erano in molti a credere che la band avrebbe continuato dopo quel 2002. Sulla carta i quattro conclusero il proprio cammino insieme già nel 1996 con la pubblicazione dell’Unplugged per Mtv. Un percorso brevissimo e tre album che non si dimenticano. Oltre a Dirt in concerto ascoltiamo estratti dal primo Facelift (1990). Dopo l’apertura affidata al nuovo All Secrets Known incontriamo subito It Aint Like That, a metà concerto è il turno della profetica We Die Young e persino il finale è tutto per questi due dischi con una cavalcata disperata che inizia sulle note di Down in a Hole, procede su Angry Chair, Man in the Box, Love Hate Love e si arresta in prossimità del bis affidato a Would e alla splendida Rooster. Sacrificato l’ep che portò la band ad abbracciare suoni più acustici; Jar of Flies ritorna dal vivo grazie a No Excuses e Nutshell, brani che contribuirono al successo dello stesso Unplugged. Cancellato totalmente, ad eccezione di Again, l’ultimo omonimo disco in studio della band: Alice in Chains. Lavoro strano quello del 1995. A un anno di distanza da Jar of Flies la band si ritrovò in studio per un album molto atteso. Il lancio promozionale ebbe grosso eco. Venne addirittura accompagnato a un video nel quale la band rilasciava interviste dell’assurdo a una stralunata giornalista, a una signora poco compita interpretata dallo stesso Cantrell mentre Kinney testava i panni di un clown visibilmente stravolto. Trova invece spazio buona parte dell’ultimo Black Gives Way to Blue. Il singolo Your Decision è esattamente il sound che incontrerebbe anche i favori di Staley. A fine concerto mi è capitato di confrontarmi con nuovi e altri più maturi fan della formazione di Seattle. In linea di massima il giudizio è positivo, ma ciò che colpisce è l’energia, la voglia di starci su quel palco che non ha nulla a che spartire con molte delle reunion degli ultimi tempi. I nuovi pezzi vanno rigorosamente in quella direzione. Il video di Your Decision quest’anno è stato fortemente supportato da Mtv e questo ha fatto storcere il naso a molti, ma è esattamente quello che accadeva vent’anni fa. Dispiace non riascoltare dal vivo Rotten Apple, I Stay Away, Heaven Beside You, ma questa volta ci si congeda dalla band con la speranza, che un sorriso rinnova in certezza, di ritrovarsi a breve. Laura Gramuglia Le foto del concerto sono del fotografo Sebastiano Macciò |
