Ci sono gruppi che ti accompagnano per un tratto, poi a lungo fai a meno di riascoltarli, quasi te ne scordi e poi improvvisamente li riaccogli ed è come se non fosse cambiato niente. Una lampadina ti si accende dentro a illuminare una parte disabitata, ma presente.

Sono passati venti anni dall’uscita di Ten, primo album a firma Pearl Jam. Ne sono seguiti diversi dopo, ma chi all’epoca stava crescendo con i primi due, tre album perennemente nelle orecchie decise di staccarsene come si fa con una camicia fuori moda o un jeans logoro indossato troppo spesso. Poi succede, a distanza di tempo, di rincontrare quella band dal vivo e di accorgersi di quanto quel periodo e quella musica ancora riescano a sorprendere. E oggi, fuori dalle camerette, lontano da zone di passaggio poco praticabili c’è solo gioia e maturazione, in chi ascolta e in chi esegue soprattutto.

Loro lo avevano capito ben presto, arrivando prima di altri. Al di là di facili exploit, mode da cavalcare che poco avevano a che spartire con le onde dell’amato surf, al di là di correnti che portavano velocemente in mare aperto, la band di Seattle decise di rallentare e riprendere il controllo: “A un certo punto ci siamo guardati e ci siamo detti: ma chi diavolo sta guidando? Stavamo andando a finire in posti dove non avremmo mai immaginato di andare. Quindi ci siamo fatti una domanda e ci siamo dati una risposta:vogliamo stare qui? No. E allora andiamocene di corsa. Mani sul volante, piede sull’acceleratore e uno sul freno e via, ci siamo mesi a guidare. Penso fosse semplicemente una questione di sopravvivenza: non volevamo fare un paio di dischi senza sapere quel che sarebbe successo dopo. I gruppi così non durano.”

Ed eccoli i Pearl Jam dopo vent’anni. Nell’amata Italia, sul palco dell’ultima giornata dell’Heineken Jammin Festival di Venezia davanti a cinquantamila persone. Una folla oceanica, uno di quegli show da tenere bene a mente per chi su quel palco l’attraversa più volte da parte a parte o ci sta davanti. Eddie Vedder, in una delle ultime interviste, aveva avvisato il pubblico italiano: sul palco siamo ancora parecchio selvaggi. Così è stato. Due ore di musica che a volerle raccontare non si sa davvero da che parte cominciare.

C’è una scaletta che ripercorre un po’ l’intera storia dei cinque. Cinque musicisti che hanno scelto di continuare insieme su quella strada e in epoche di reunion fra i pochi a non avere bisogno di chiedersi che direzione prendere o da che parte ricominciare. Tutto è chiarissimo e testato a dovere. Ci sono gli assoli di McCready che rasentano la perfezione persino con chitarra suonata dietro al capo, c’è una batteria che sembra suonata con nervi e intenzioni tant’è puntuale e tonica. E ci sono le espressioni di Vedder, quelle che all’epoca molti tentarono di imitare, una fisicità incontenibile che se non porta ad arrampicarsi sui tralicci sulle note di Even Flow poco ci manca e c’è una voce che dal primo all’ultimo straordinario brano non accenna a smorzarsi. Nessun altro artifizio, sul palco la band non ha bisogno di giochi luce, installazioni o performance subordinate, il pubblico è proprio dai musicisti che rimane incantato come davanti alla più spettacolare delle apparizioni.

Quasi ogni brano porta con se l’eco dei presenti, dalle ultime tracce tratte da Backspacer come Unthought Known, il singolo vecchio stampo The Fixer o la splendida ballata Just Breathe, fino ai brani storici come Once, Even Flow, Alive tratte proprio da Ten che a quanto pare la ripubblicazione nel ventennale dall'uscita riporta alle orecchie di chi all’epoca ancora non era educato all’ascolto. A Jeremy e Black due dei momenti più significativi dell’intero show. Il tempo si ferma, gli occhi non scendono dal palco se non quando è lo stesso Vedder a voler sfiorare con mano le prime file. Tutto è sospeso, l’intero pubblico è in ascolto, quasi a voler sincronizzare anche i respiri insieme alle parole.

Con Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town la mente ritorna immediatamente al mese di aprile delle 1994. La notizia della scomparsa di Cobain riecheggiava nella città di Seattle e una stazione radiofonica, tra le prime a divulgare la notizia, scelse proprio quel brano tratto da Vs - in rotazione per l’intera giornata - per ricordare il leader dei Nirvana.

E ci si sfoga sulle note di brani più tirati come Do The Evolution, World Wide Suicide e ancora il passato che ritorna sotto forma di istantanee impresse in pellicola questa volta. Breath e State of Love and Trust, quest’ultima a velocità doppia quasi, ricompaiono con enorme sorpresa. Gli anni sono sempre i primi della band. All’epoca un giovane regista del posto, Cameron Crowe, decide di immortale la scena di Seattle in una commedia romantica che proprio attraverso l’interpretazione della stessa band nel ruolo di musicisti stralunati, dichiara al mondo cosa c’è da prendere davvero seriamente dell’intera scena: la musica e poco altro.

E l’ironia salva i Pearl Jam, li porta lontano, a sedere tra i grandi, idoli giovanili che nel tempo si sono più volte e con onore confrontati con la band. Pete Townshend e Vedder, un tempo celebrità e ammiratore, coltivano ora una storia di amicizia e passione. Show in giro per l’America, brani prestati, chiacchiere e uscite spalla a spalla. Sul palco quando Vedder imbraccia la chitarra lo fa proprio pensando all’amico e al suo celebre marchio di fabbrica, quel windmill ("mulinello") eseguito roteando il braccio.

Neil Young, maestro insuperato, è il protagonista di uno dei due omaggi riservati ai grandi. A Rockin' in the Free World, del musicista canadese, il compito di concludere il concerto. Poco prima Eddie Vedder, sguardo rivolto verso il cielo rendeva onore a un altro straordinario interprete scomparso un lustro addietro: Joe Strummer. La scelta cade su uno degli ultimi brani dell’ex Clash in versione Mescaleros, Arms Aloft.

E ancora l’amicizia, consumata prima sulle assolate spiagge della California e tavole da surf e poi in tour incrociati. Eddie e compagni invitano Ben Harper a salire sul palco prima per Red Mosquito e poi l’intera band del musicista californiano per l’esecuzione corale di Rockin' in the Free World. Nel pomeriggio Harper era stato raggiunto sul palco da Vedder per una puntuale versione di Under Pressure all’epoca interpretata da Queen e da un Bowie di passaggio nello studio di registrazione.

E ancora ci sarebbero le parole da raccontare, quelle di affetto per alcuni amici italiani chiamati per nome, quelle nella nostra lingua a scaldare il pubblico, quelle per una luna e un cielo che hanno reso possibile lo svolgimento di uno spettacolo impeccabile, per il pubblico di Venezia che pare accorso esclusivamente per quell’esibizione, per il buon vino e moltissime altre cose per cui vale davvero la pena esprimere riconoscenza e continuare ad esserci è la migliore dimostrazione.

Laura Gramuglia