Quarantasei primavere, un numero spropositato di interventi chirurgici inflitti al corpo e al volto soprattutto, cinque album in studio nell’arco di quasi venti anni e l’ultimo - inspiegabilmente – di nuovo a firma Hole, formazione divisasi alla fine del secolo scorso.

Si presenta con queste assai note credenziali Courtney Love. Un passato da spezzare la schiena tra ricoveri in clinica, battaglie per l’affidamento della figlia, un compagno e una componente della band passati a miglior vita e una carriera che pare continuamente assottigliarsi quanto il suo giro vita.

Ma Courtney a volte sorride, altre mostra il dito medio, altre ancora grida apertamente le sue intenzioni a chi continua a trattarla con sufficienza e alla fine chiede scusa: è colpa sua se qualcosa non è andato nel verso giusto, anzi no, non vale nemmeno la pena di dare credito a certe voci. Ci sono le canzoni per questo, c’è un intero buchette da sfogliare, colori e profumi da abbinare ad altrettante emozioni, simulazioni?

Certo il dubbio resta, il dubbio che qualcosa si sviluppi all’interno di un percorso più che praticato. Interviste, recensioni, immagini, documentari, riprese live, backstage, per anni l’immagine frammentata di Courtney mi è arrivata filtrata attraverso altre parole, opinioni. Canali piuttosto impietosi rivelano una Love sopra le righe, poco lucida, collerica e quasi mai incline a sorprendere per capacità tecniche, specialmente dal vivo.

Queste le credenziali raccolte, aspettative poche eppure una voglia di essere smentita, di credere che possa esserci molto di più, la plastica brucia in fretta si sa, eppure dietro a quel viso tirato, dietro a quelle espressioni un po’ assenti e un po’ adolescenziali ci deve essere qualcosa che continua ad ardere e non ha la minima intenzione di spegnersi.

La band non esiste più, ma Courtney per l’ultimo album (Nobody’s Daughter) e relativo tour ha scelto di riappropriarsi di un’identità che evidentemente sente cucita addosso più della sua pelle stessa. Ed eccolo lì lo stendardo blasonato, corone e ghigliottina alle sue spalle sul palco, ci ricordano che non è più tempo di cuori e fiori.

In tubino nero, stivaloni e ampia camicia bianca Courtney guadagna a grandi falcate il centro del palco, imbraccia la sua rickenbacker e dà vita allo show miscelando le note di Pretty on the Inside a quelle di Sympathy for the Devil. Una sorta di biglietto da visita, qualcosa che suona esattamente come un avvertimento: vi ricordate con chi avete a che fare? Sono qui apposta per rammentarvelo. Skinny Little Bitch, Miss World, Violet, Honey ovvero tutto e il contrario di tutto. Posso piangermi addosso, gridare la rabbia che ho in corpo o prendere fiato e sdilinquirmi, ma la sostanza è sempre la stessa. Brani che potrebbero essere padri degli ultimi nati si accordano perfettamente all’oggi e lo show decolla. La voce è potente e graffiante se spinta al limite, chiamata a raccolta è meno intelligibile. Certamente al di sopra delle attese la presenza scenica.

Oltre a Courtney Love fanno parte della partita Mick Larkin (star della scena indie rock inglese ed ex Larrikin Love), il bassista Shawn Dailey e il batterista Stuart Fisher. Larkin è il solo ad avere accompagnato Courtney in studio nella lunghissima gestazione di un album firmato a più mani; ci sono quelle tatuate e forti di Linda Perry e quelle bianche e fragili di Billy Corgan. Tra i brani frutto di questa collaborazione Pacific Coast Highway e Letter to God spiccano per intensità e gusto.

Testata la band è possibile dimenticarsi della setlist e pescare a caso da volontà e suggestioni: archiviato il capitolo (solista?) di America’s Sweetheart dal disco più pop della cinquina ritroviamo la title track Celebrity Skin, Reasons to be Beautiful, Malibu e Northern Star.

Stupisce la scelta delle cover, dopo Mick Jagger tocca a Leonard Cohen essere omaggiato con Take This Longing. Singolare anche la volontà di riproporre dal vivo Jeremy, brano scritto dal presunto rivale di epoca grunge Eddie Vedder. La scatola dei ricordi riserva anche una parentesi per Elliott Smith e la sua splendida Thirteen per chitarra e voce. A quest’ultima esibizione il compito di chiudere lo show. Poco prima di tornare sul palco per il bis Courtney si era ricordata di lasciarci tra le mai un piccola pietruzza ancora sfavillante come Doll Parts.

Note da una platea composta per la maggior parte da un pubblico femminile variegato per età e stili. Apprezzamenti unanimi per chi, avendo superato la trentina, c’era e si ricorda un po’ del “resto”. Evidente insoddisfazione per chi, non avendo ancora superato la trentina,  misura il proprio apprezzamento soprattutto in base alla durate dello show, per altro nemmeno così fuori luogo considerato il costo eccessivo del biglietto. I miei amici, indissolubile coppia rock da oltre un decennio con tanto di fede al dito, continuano e offrire i concerti dei proprio beniamini l’uno all’altra e così si sopporta e si continua stare insieme: amore, ma a che concerto mi hai portato? Tranquillo domani tocca a te e ai tuoi Carillon del Dolore… Appunto, nella gioia e nel dolore.

Laura Gramuglia