Ci sono posti e momenti in cui il talento si cristallizza. Si concentra, trova il terreno adatto. Ogni singola voce sente di far parte di un coro. Chi crea dialoga con gli altri che creano. O almeno è cosciente di quello che fanno gli altri.

Intere città pronte a onorare persone ricche di talento, con un’idea. Con un’anima. Scrittori, pittori, fotografi, musicisti, editori, giornalisti, attivisti. Ci sono momenti in cui in ogni campo prevale l’eccellenza. Quando ci sei dentro ti sembra che durerà per sempre. Dopo ti rendi conto che si chiamano momenti di grazia.
Questo è il ritratto di New York che ne fa la scrittrice Delfina Rattazzi. Un ritratto estremamente rassomigliante,  possibile solo se la città la si è vissuta davvero. Nel romanzo autobiografico Say Goodbye Delfina ritrae con le parole un periodo d’oro per la città, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

Nello stesso periodo diverse sono le personalità che decidono di imprimere ricordi e possibilità che la città sembra concedere se solo riesci ad accorgertene e hai abbastanza audacia per coglierle.  Maripol è fra queste. La giovanissima stylist è fra i protagonisti di un periodo pronto a regalare molto se si sanno scegliere luoghi e tempi opportuni. Maripol incontra lo stilista Elio Fiorucci e più che un’amicizia ha inizio una corrente che accoglierà e farà dialogare stili differenti.

Maripol taglia, cuce, ma soprattutto sperimenta. Sperimenta e azzarda colori, fogge, materiali. Poi un bel giorno impugna una polaroid e il suo occhio ci permette l’accesso a grattacieli, corse in taxi, cene ai piani alti e viste mozzafiato.

Maripol nei suoi scatti cristallizza. E probabilmente, come Delfina ci insegna, è grazie all’album dei ricordi che possiamo sfogliare e riconoscere i volti dello Studio 54,  la follia di Andy Warhol, le linee scarabocchiate di Jean Michel Basquiat, lo sguardo acerbo di Vincent Gallo e quello attonito di Keith Haring. E ancora l’inconfondibile sorriso di Grace Jones, le prime pose di Madonna e quelle di Debbie Harry in un tripudio di trucco, parrucco e trasformismo che lascerebbero a bocca aperta anche i fan di Lady Gaga oggi.

Maripol all’alba degli ’80 approda nella città avant-garde, con il suo incredibile approccio alla vita e all’arte. Lavora come assistente, stylist e modella per il celebrato fotografo Jean Paul Gaude, con Edo Bertoglio (Face Addict) e con Glenn O' Bien nella produzione di Dowtown 81, debutto sul grande schermo del giovane Basquiat. Maripol gioca eppure fa sul serio quando impone la sua idea di femminilità e il suo obiettivo.

New York è esattamente questo, feste, incontri, la città che non dorme mai è irriverente, aggressiva per le strade, intensa e maledettamente seducente per chi vi approda da ogni parte del pianeta.

Un tempo che non esiste più, ma che riemerge in fretta a fior di pelle grazie ai racconti per immagini del regista Amos Poe, tra i protagonisti dell’epoca, ma anche grazie ai fotogrammi di chi non c’era e a cui è bastato trasferirsi in città per riscoprire echi che tengono in ostaggio e non permettono di camminare con la testa rivolta pienamente all’oggi, quasi che i cambiamenti frettolosi del presente non attecchiscano abbastanza.

Da un parte rivediamo The Foreigner, l'altro lato del sogno americano: lo straniero che non viene accettato, così Amos Poe ha parlato della sua opera. Storia di un uomo in fuga, Max Menace, che approda a New York ma ne viene brutalmente respinto. La Grande Mela come territorio ostile. Un incubo notturno, in bianco e nero. Ecco che a questo classico della scena punk underground newyorkese e straordinario testamento del cinema no wave, si contrappone l’opera prima della giovanissima regista Céline Danhier.

Con Blank City Céline risponde a una mancanza documentata di un periodo talmente ricco che sembra non essere stato ancora raccontato a sufficienza. Eccola di nuovo quindi New York e il suo fascinoso lato underground visto con gli occhi degli artisti che hanno reinventato il modo di fare e pensare l'arte, il cinema, la musica. Amos Poe, Steve Buscemi, John Lurie, Debbie Harry, Maripol, Jim Jarmusch e tanti altri raccontano la loro vita, indissolubilmente legata a una città che li ha modellati, e che al contempo hanno essi stessi contribuito a creare.

E se tutto questo ancora non bastasse Biografilm oltre a rimettere insieme parte dei protagonisti dell’epoca (Maripol, Elio Fiorucci, Amos Poe, Glenn O’Brien presenti in sala e telefonicamente), propone inediti filmati in super 8 nei quali amici e colleghi raccontano vita privata e pubblica di Basquiat attraverso le parole e i ricordi di Kai Eric, Maripol, Michael Holman, Nick Taylor, Glenn O’Brien.

Ed è lo stesso Glenn O’Brien che ci prende per mano e ci guida attraverso le immagini del documentario Tv Party dedicato al suo show in onda tra il 1978 e il 1982. Libertà e improvvisazione indiscussi protagonisti. Più di un semplice show in realtà, Tv Party si dimostrò crocevia decisivo della controcultura newyorkese: da qui passarono tutti i nomi più importanti, Blondie, David Bowie, Mick Jones, Arto Lindsay, Robert Mapplethorpe, e molti altri.

Da questa parte dello schermo, dalla platea, da questa parte dell’oceano la sensazione che permane è quella di un’epoca conclusa eppure ancora estremamente vitale, quasi che la volontà di continuare a tenere viva la fiamma in una città come New York sia all’ordine del giorno.

Accendere continuamente scintille e fare parte di un fuoco prima che si spenga. Esserci, riconoscere, imparare a far risplendere la propria eccellenza anche se a distanza di molti anni dalla piena luce che era pronta a colpirti da una finestra rotta di un loft occupato o quella veloce a filtrare attraverso lo skyline tra i più riconoscibili. Perché è esattamente quello che riaffiora subito dalla pelle, è esattamente quell’immagine che ci fa ritornare indietro, prima dell’11 settembre, prima della bolla della new economy e prima della tolleranza zero. Basta uno scatto, basta una sola polaroid di Maripol per far tornare tutto alla mente.

Laura Gramuglia